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Misure di sicurezza per Covid-19 ragazzo con mascherina

Emergenza Covid-19

Questa sezione del blog contiene approfondimenti sulla pandemia da Covid-19 e si propone di fornire ai lettori indicazioni chiare e autorevoli per renderne la comprensione più agevole e trasversale.

Non c’è io senza noi: genesi di nuove identità personali

Gruppo di ragazzi si riunisce nel rispetto delle misure di sicurezza e con i dispositivi di protezione individuale imposti contro Covid-19

La pandemia di Covid-19 ha rappresentato un’emergenza sanitaria mondiale in cui le azioni del singolo hanno assunto un scopo comune: la prevenzione del contagio. Ogni individuo è diventato strumento a servizio del bene della collettività. Nuove dinamiche sociali sono state messe in campo, creando il sentimento condiviso, spesso eroico, dell’“uno per tutti, tutti per uno”. Sono stati riconfigurati i tratti della società moderna, da sempre dominata da una visione individualista, lasciando spazio a un’identità collettiva.

Ne abbiamo parlato con il professor Santo Di Nuovo, ordinario di psicologia dell’Università di Catania e Presidente dell’Associazione Italiana di Psicologia.

Com’è stata condizionata la nostra identità negli ultimi mesi?

L’identità si definisce mediante un’interazione tra la persona e il suo contesto, che può variare nel tempo. Quando il contesto, come nel caso del Covid, costringe a certi comportamenti, l’identità si assesta su criteri diversi, ma percepiti - e sperati - come transitori. Isolamento, distanziamento forzato, mascherina, non entrano nell’assetto stabile dell’identità, per cui possono essere vissuti come caratteristici di un certo periodo limitato: come avviene per le malattie, le crisi familiari o sociali e tutto ciò che temporaneamente perturba il normale ciclo evolutivo delle persone. Nella maggior parte dei casi l’interazione sociale, impedita in presenza, è stata surrogata da quella a distanza mediante i social media e le piattaforme telematiche.

Molti lavoratori hanno continuato a fare il loro lavoro in smart working, in attesa di tornare a un’identità “normale”. Nei casi in cui questo surrogato è stato impossibile, per le condizioni della persona (per esempio disabili, anziani, lavoratori irregolari, persone già a rischio) o per il tipo di contesto sfavorevole, l’incontrollabile alterazione dell’identità ha portato a disagi o spesso a vere e proprie patologie. Queste persone particolarmente colpite nel periodo della pandemia vanno sostenute anche dopo la fine dell’isolamento forzato, perché il recupero della loro identità difficilmente può avvenire senza un aiuto esterno.

La minaccia comune ha sviluppato un’identità sociale condivisa oppure si sono fatti strada particolarismi inattesi?

La risposta al pericolo comune è stata differente a seconda della pregressa personalità degli individui. Per molti è stata un’occasione di riscoprire il valore del sentimento collettivo, come avviene in tutti i momenti di rischio nei piccoli e grandi gruppi. Ma in alcuni casi i particolarismi hanno prevalso, sfruttando la crisi per perseguire i propri interessi. Un supporto sociale e culturale è necessario adesso per non disperdere i benefici acquisiti in termini di valori collettivi, ma anche per bloccare e modificare gli individualismi che vanno in direzione opposta.

Persone in luogo esterno con mascherine protettive
(Nella foto: un gruppo di persone dotato di dispositivi di protezione individuale anti Covid-19)

L’esperienza della pandemia ci ha insegnato come ogni singolo individuo possa fare la differenza. Le azioni di alcune categorie professionali, messe al servizio del bene comune, hanno ispirato un senso di appartenenza?

Il senso del dovere e dell’appartenenza a un’identità comune - in termini psicosociali si definisce “in-group” - viene sollecitato da situazioni critiche come le pandemie. Lavorare per gli altri oltre che per sé, lottare per ridurre il rischio di tutti oltre che il proprio, è tipico delle professioni di aiuto, capaci di mostrare agli altri l’utilità di valori di supporto reciproco e di principi di solidarietà. Medici, infermieri e farmacisti in prima linea nella lotta alla pandemia, spesso con sacrificio personale; forze dell’ordine, servizio civile e altre forme di volontariato; psicologi che hanno aderito con entusiasmo al numero verde di supporto gratuito promosso dal Ministero della Salute, lavoratori che hanno assicurato i servizi essenziali anche durante il lockdown: tutte queste categorie hanno rinsaldato nell’opinione pubblica il valore del lavoro per la collettività, oltre qualunque tornaconto personale. Bisogna adesso evitare che questo valore aggiunto svanisca dopo la fine dell’emergenza e fare in modo che resti, invece, patrimonio comune di quello che i sociologi definiscono “capitale sociale” di una nazione unita e solidale.

Il filosofo Karl Marx afferma che non è l’uomo a costruire la società, ma quest’ultima a creare l’uomo. Quanto di ciò sarà vero nell’era post-Covid? La società sopravvissuta al virus sarà in grado di plasmare identità personali in grado di affermarsi come singoli nel rispetto dell’altro?

Le teorie marxiane erano e sono vere solo in parte: la società plasma e condiziona gli individui, ma la società è a sua volta costituita e plasmata da individui e piccoli gruppi, e in questa visione complessa esiste una reciproca influenza. Sono gli individui e i piccoli gruppi che – anche partendo da istinti di sopravvivenza e da risorse personali attivate per superare il trauma - realizzano forme di resilienza e comportamenti solidali più o meno “eroici” e in base a questi contribuiscono a costruire un assetto sociale più basato sui valori collettivi anziché su quelli individualistici.


Ma perché ciò permanga nel tempo e non si dissolva con la fine del pericolo, sono necessari interventi psicosociali e formativi (con risvolti anche culturali, economici e politici) in grado di conservare e potenziare sia la resilienza e i comportamenti socialmente utili sia l’identità sociale mirante ad un bene che è insieme personale e collettivo. Non credo di essere parziale nei confronti della categoria degli psicologi - che rappresento come presidente della loro società scientifica - se ribadisco il ruolo importante della psicologia per comprendere e spiegare i fenomeni di cui abbiamo parlato, per mettere in atto interventi che facilitino la promozione di una solida identità collettiva, non solo nei momenti di emergenza ma anche in quelli successivi.

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