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Misure di sicurezza per Covid-19 ragazzo con mascherina

Emergenza Covid-19

Questa sezione del blog contiene approfondimenti sulla pandemia da Covid-19 e si propone di fornire ai lettori indicazioni chiare e autorevoli per renderne la comprensione più agevole e trasversale.

Covid-19 e Ecuador: quando il vero lusso è la salute

Bandiera dell'Ecuador con mascherina

I media internazionali riportano ormai da giorni le immagini scioccanti che arrivano da Guayaquil, il principale focolaio di Covid-19 in Ecuador, dove il virus è ormai incontenibile a causa dell’assenza di un sistema sanitario adeguato e dove la polizia locale continua a recuperare cadaveri di persone infette abbandonati nelle case. 

Francesca e Alessandro sono, rispettivamente, una biologa molecolare con un master in nutrizione e un responsabile tecnico commerciale che, da qualche tempo, hanno lasciato l’Italia per seguire progetti di educazione alimentare e sviluppo locale in una missione che la diocesi di Padova ha avviato a Duran, una città nella provincia del Guayas, in Ecuador. 

La loro drammatica testimonianza ve la raccontiamo qui. 

Quando è arrivato Covid-19 in Ecuador e qual è stata la presa di posizione governativa in merito?

Qui tutto si è svolto in modo regolare fino al 29 febbraio, quando si è registrato il primo caso di Codiv-19 in una signora che rientrava in Ecuador dalla Spagna. Le prime vere e proprie sospensioni delle attività collettive hanno interessato l’ambito religioso: su richiesta della CEE (Conferenza Episcopale Ecuatoriana), infatti, sono state interrotte tutte le attività ricreative dedicate ai ragazzi e agli anziani e ogni incontro formativo in programma.
Il 14 marzo è arrivata anche la prima presa di posizione da parte del governo, che ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria e destinato il pieno potere nelle mani della polizia. È stato imposto un coprifuoco e, di fatto, sono state sospese tutte le attività comprese quelle lavorative, mantenendo aperti i negozi di generi alimentari e le farmacie, ma solo al mattino. Con lo stato di polizia si tentano di vietare gli spostamenti inutili della popolazione che, adesso, è obbligata a uscire solo una volta a settimana, con mascherina e guanti, per comprare beni di prima necessità, secondo un ordine che si basa sull’ultimo numero del documento di identità di ciascun cittadino.

Quali sono state le principali misure introdotte per monitorare internamente la diffusione del virus?

In questi casi, quando si vive in megalopoli con quartieri periferici che sono delle vere e proprie baraccopoli e con un sistema sanitario inesistente, l’unica cosa da fare è cercare di prevenire la diffusione del virus con il toque de queda, il coprifuoco militare che costringe in casa le persone dalle 14 alle 5. Sulla base delle ultime disposizioni governative, non si può abbandonare la propria provincia di appartenenza senza lasciapassare, è stata prevista la chiusura degli spazi aerei e dei confini nazionali e è stata data ai cittadini la possibilità di uscire osservando una normativa che li suddivide in base alla combinazione alfanumerica della targa del proprio veicolo, garantendo così a tutti un solo spostamento a settimana. Sono stati messi a disposizione di tutti i cittadini alcuni ospedali in ogni provincia, destinati a accogliere i casi positivi al Coronavirus, ma si tratta di strutture che, purtroppo, non riescono a garantire il ricovero a tutti coloro che ne avrebbero bisogno. Basti pensare che per tutta la provincia del Guayas il governo ha abilitato cinque ospedali, quando la sola città di Guayaquil conta cinque milioni di persone. Purtroppo qui la sanità è privata e gli altri ospedali non accettano i pazienti, perché i medici stessi non hanno i mezzi necessari e i dispositivi di sicurezza per affrontare l’emergenza. 

Quali erano le principali criticità che segnavano l’Ecuador prima dell’avvento del virus e che, quindi, si sono inasprite con la diffusione della pandemia?

La politica neoliberista sfrenata e l’alto tasso di corruzione hanno portato a privatizzazioni massive e, di conseguenza, a un aumento sostanziale del divario tra i pochissimi ricchi e i moltissimi poveri, relegati a vivere in quartieri di baracche di dieci metri quadrati fatte di canna di bamboo e con i tetti in lamiera, senza alcun servizio igienico. In queste zone l’emergenza era gravissima già prima dell’avvento del virus, a causa della mancanza di lavoro, dell’assenza di assicurazioni e coperture sanitarie, per l'assenza di acqua corrente, il dilagare della microcriminalità e delle bande di narcotrafficanti e la capillare diffusione della violenza, soprattutto verso le donne, anche adolescenti. A livello sanitario, invece, il Covid-19 arriva in coda a una serie di altri problemi che, in Ecuador, risultano spesso fatali, come il diabete o l’ipertensione, le influenze aviarie e, specialmente nella zona del Guayas in cui noi ci troviamo, l’alto rischio di contrarre il dengue e il dengue emorragico - una malattia infettiva tropicale trasmessa da una tipologia specifica di zanzare, che genera in chi la contrae dolori muscolari e articolari, febbre, cefalea e, nei casi più gravi, sfocia in una febbre emorragica potenzialmente letale. Il sistema sanitario è di fatto, come anticipavamo anche prima, privato. Ci sono alcuni ospedali pubblici, ma di bassissima qualità. Qui i pazienti devono spesso provvedere personalmente a procurarsi i medicinali e gli strumenti di medicazione, come garze e siringhe. I lavoratori dipendenti, che hanno un’assicurazione medica di base, si possono appoggiare al solo sistema sanitario nazionale, mentre agli altri ospedali privati si possono rivolgere i cittadini più ricchi, i turisti e i lavoratori che vengono da paesi occidentali o dagli Stati Uniti. Bisogna anche menzionare i vari, piccoli dispensari che sono partecipati dalle diocesi locali: sono sempre privati ma, in maniera economica, forniscono l’assistenza medica generale alle fasce più povere della popolazione.

Quali sono le differenze sostanziali che intercorrono fra la popolazione che risiede nella capitale e, invece, le popolazioni che abitano le zone rurali?

Le differenze sostanziali distinguono maggiormente le comunità di sierra (le Ande, l’area della capitale Quito) e quelle di costa, dove si trova la gran città di Guayaquil. In sierra, la gente è tendenzialmente più ordinata e anche Quito, pur avendo quartieri poveri, non presenta situazioni periferiche come Guayaquil. Anche a causa delle temperature più basse dovute all’altitudine, la gente può rimanere più facilmente in casa senza rischiare di contrarre il dengue. Per quello che riguarda la nostra realtà, ovvero quella di una zona rurale vicina alla città, le persone sono più abituate a utilizzare rimedi medici casalinghi e non hanno una vera e propria educazione alla salute, perché spesso si recano dai medici solo poche volte l’anno. Culturalmente parlando, invece, le persone che vivono nelle zone rurali sono molto più intimidite rispetto a chi sta in città e, talvolta, proprio per questo motivo evitano di raggiungere i medici o i presidi ospedalieri. Quando decidono di farlo, poi, bisogna saper accettare le loro tradizioni: per esempio, in alcune comunità indigene solo gli uomini hanno diritto di parola e si creano facilmente delle tensioni se il medico deve visitare una donna e chiede al marito di non assistere.
Le zone rurali, che sono le più fragili sia per la lontananza dagli ospedali sia per il modo di vivere della gente che, per lo più, abita su palafitte o capanne senza servizi igienici di base, sembrano essere, però, le meno esposte al Coronavirus grazie all’isolamento in cui vive la popolazione, così come accade per le comunità presenti nell’Amazzonia ecuatoriana.

Sono sotto gli occhi di tutti le immagini delle strade ecuadoriane cariche di cadaveri abbandonati sui cigli. Come si è arrivati a questo punto? Cosa c’è dietro questi gesti collettivi?

Dalle notizie che abbiamo qui, il virus ha colpito prima i ricchi che viaggiavano in Europa e, di conseguenza, i poveri che prestavano servizio come inservienti nelle loro case. Bisogna provare a immaginare cosa significhi rimanere in quarantena in una capanna di lamiera con temperature medie di 40 gradi, l’80% di umidità e un pavimento di terra. I metri quadrati disponibili sono pochi, non ci sono servizi igienici e le persone chiamate a convivere sono spesso una decina. A questo scenario, aggiungiamo la presenza di un cadavere in casa. Si è arrivati a questa situazione estrema perché la maggior parte della popolazione vive in condizioni di drammatica fragilità. Comprare i medicinali, anche per una banale influenza qui, per molti, non è possibile. Il virus ha trovato un substrato già fin troppo fertile, che gli ha permesso di diffondersi in tutti quei quartieri con altissime densità abitative, dove si creano assembramenti anche solo per uscire dalla porta di casa e dove raggiungere un ambiente esterno diventa un atto di sopravvivenza per evitare le punture di zanzare portatrici del dengue o per frugare nella spazzatura, per non soccombere alla fame, il vero nemico di tutta una vita. Ma cosa accade quando qualcuno si scopre positivo al Covid-19? I familiari cercano di accompagnarlo personalmente all’ospedale, essendo il servizio di autoambulanze pressoché inesistente. Lì provano a farlo ricoverare - cosa che avviene assai di rado - e, nella maggior parte dei casi, si vedono rispedire a casa con l’unica indicazione di somministrare al paziente infetto una pastiglia di paracetamolo al bisogno e di chiamare il numero di assistenza sanitaria telefonica in caso di necessità. Nel frattempo, più persone sono state a contatto con il malato che, tornato a casa finisce, nella maggior parte dei casi, per morirci in breve tempo. Dopo il decesso, possono passare fino a quattro giorni prima che qualcuno vada a prelevare il corpo. Se, invece, la persona infetta muore in ospedale - e non si intendono certo quelle strutture destinate alle fasce più ricche della popolazione - per la famiglia inizia il vero calvario. Due o tre persone devono entrare a cercare il corpo del proprio caro in container o sale obitoriali, dove tutti i corpi sono ammassati uno sull’altro in sacchi di nylon, senza nome e senza cartellini identificativi. È la norma, quindi, che nel corso della ricerca vengano aperti e spostati i sacchi di più cadaveri. Supponendo che si sia identificato il proprio familiare, le pratiche per ritirarne il corpo dall’ospedale sono poi altrettanto estenuanti.
Capita regolarmente, infatti, che i defunti non vengano registrati nel sistema informatico ospedaliero o che il medico non abbia completato la documentazione relativa al decesso. In tal caso, un membro della famiglia deve recarsi in altri uffici competenti per richiedere e ottenere il certificato di morte che consenta la sepoltura del corpo. Uffici di fronte ai cui ingressi si formano vistosi assembramenti, in cui non è garantita alcuna distanza di sicurezza. Terminata questa fase, bisogna recarsi all’agenzia funeraria. Le bare, attualmente, sono esaurite e le poche ancora disponibili vengono vendute a 1500 dollari l’una, a fronte di una spesa che, prima dell’avvento della pandemia, era di soli 200 dollari. Ecco, quindi, che le famiglie iniziano a costruirsi bare di cartone e altri materiali di recupero per poter cercare un cimitero che accolga il proprio defunto. Ma quelli più grandi seppelliscono solo 50 morti al giorno e quindi, al loro ingresso, sotto il sole cocente, si formano altre code interminabili di persone che portano con sé bare improvvisate e corpi in fase di decomposizione in attesa di poterli seppellire. Le persone hanno paura tanto della morte quanto dell’ipotesi che il corpo di un loro caro entri in putrefazione nell’unica stanza che compone la loro casa. Ecco che le opzioni diventano due: o il corpo viene trascinato per strada oppure, dati i costi di una sepoltura - improponibili per chi guadagna 50 o 100 dollari al mese, lo consegnano a una delle nuove imprese nate illegalmente in questi giorni che, a fronte di una spesa sensibilmente inferiore, promette alle famiglie una degna sepoltura del proprio caro mentre invece, in realtà, scarica il corpo in una delle strade dei quartieri più poveri o lo getta nelle acque del fiume Babaoyo.

Di cos’ha maggiormente bisogno l’Ecuador in questo momento di crisi particolarmente profonda?

L’Ecuador è un paese che non ha sufficienti risorse economiche, mediche e sociali per far fronte a questa crisi. Lo scenario che si prospetta è catastrofico e, benché l’unica cosa che si possa fare concretamente per dare il proprio contributo sia restare a casa, è ben difficile farlo per chi una casa non ce l’ha. Bisognerebbe che nel territorio fosse già presente del personale professionale specializzato, non solo medico ma anche proveniente dal dipartimento di Protezione Civile, per aiutare le famiglie consegnando loro a domicilio cibo, acqua e repellenti per le zanzare, per velocizzare le tempistiche burocratiche e controllare sistematicamente che la corruzione non canalizzi il denaro che, invece, potrebbe e dovrebbe essere usato per questioni più urgenti, come costruire ospedali da campo in cui accogliere i nuovi contagiati.


2 risposte a “Covid-19 e Ecuador: quando il vero lusso è la salute”

  1. Buongiorno grazie per il vostro racconto de quello che sta succedendo in il mio paese Ecuador, sono molto toccata da tutto questo ,sono della città Duran ,per favore che qualcuno ci aiuti grazie mille dal cuore

  2. Ciao. Io ho provato a diffondere questa informazione in Ecuador ma mi sembra che il governo ha bloccato questo di poter vedere leggere o aprire la pagina

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